Dopo l’impulso iniziale della ripresa post-pandemica, l’economia italiana sta mostrando segnali di rallentamento, evidenziando le sue fragilità strutturali. Secondo il Rapporto Annuale 2025 dell’Istat, il Prodotto Interno Lordo (PIL) ha registrato una crescita modesta dello 0,7% nel 2024, mantenendo lo stesso ritmo del 2023. Questo risultato pone l’Italia in una posizione di svantaggio rispetto ad altri paesi europei, come la Francia, che ha visto una crescita dell’1,2%, e la Spagna, con un notevole 3,2%. Tuttavia, l’Italia ha superato la Germania, che ha subito una contrazione del -0,2%.
Un indicatore chiave della debolezza dell’economia italiana è il declino della produzione industriale, che ha subito un calo del 4% nel 2024, dopo un -2% nel 2023. Questo trend è sintomatico di una domanda interna ancora debole, che non riesce a sostenere il comparto manifatturiero. Nonostante la bilancia commerciale abbia raggiunto un surplus di 55 miliardi di euro, questo risultato positivo non è sufficiente a compensare la stagnazione dei consumi interni, cresciuti solo dello 0,6% a causa di salari stagnanti e di un potere d’acquisto che, sebbene in lieve recupero (+1,3%), rimane inferiore del 10% rispetto ai livelli pre-pandemia del 2019.
Dopo anni di rincorsa all’inflazione, i salari hanno iniziato a guadagnare terreno solo dal 2023. L’inflazione ha mostrato segnali di riduzione nel 2024, scendendo all’1,1% rispetto al 5,9% del 2023. Tuttavia, i dati di aprile 2025 indicano una possibile nuova impennata, con un indice dei prezzi al consumo (IPCA) che ha raggiunto il +2,1%.
Sul fronte dei conti pubblici, si registrano miglioramenti significativi: l’indebitamento netto è sceso dal 7,2% al 3,4% del PIL, grazie a maggiori entrate e a una riduzione della spesa pubblica, in particolare per il Superbonus. Anche il saldo primario è tornato in attivo (+0,4%) per la prima volta dal 2019. Tuttavia, il debito pubblico ha ripreso a salire, raggiungendo il 135,3% del PIL nel 2024, rispetto al 134,6% del 2023, a causa del rallentamento del PIL nominale e dell’aumento della spesa per interessi.
In termini occupazionali, si osserva una crescita del numero di occupati (+1,5%), trainata dall’aumento dei contratti a tempo indeterminato, mentre i contratti a termine sono diminuiti del 6,8%. Nonostante ciò, l’Italia continua a registrare uno dei tassi di occupazione più bassi in Europa tra le persone di età compresa tra i 15 e i 64 anni (62,2%), ben lontano dai livelli di Germania (77%), Francia (69%) e Spagna (66%).
Le disuguaglianze rimangono un problema persistente, con un divario di 17,8 punti percentuali tra uomini e donne e un gap di 20,4 punti tra Nord e Sud. La qualità dell’occupazione è un’altra questione critica: oltre un terzo dei giovani lavoratori e quasi un quarto delle donne si trovano in situazioni di vulnerabilità lavorativa. Il lavoro part-time, spesso involontario, interessa circa il 30% delle donne, mentre un quinto dei lavoratori percepisce un reddito basso, con percentuali che salgono al 29,5% tra i giovani sotto i 35 anni e al 35,2% tra i lavoratori stranieri. Questa precarietà espone al rischio di povertà, con il 46,6% di chi ha un contratto a termine che vive in condizioni di fragilità economica.
Queste dinamiche economiche si riflettono anche sul piano sociale: l’8,4% delle famiglie italiane vive in condizioni di povertà assoluta, una percentuale che sale al 12,4% tra i nuclei con figli e raggiunge il 35% tra gli stranieri. L’istruzione emerge come una leva protettiva importante: nelle famiglie con almeno un diploma, la povertà assoluta si riduce al 4.
